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VENEZIA - Come spesso accade ai festival, lo shock vero, il pugno nello stomaco dello spettatore, arriva non dagli scandali sessuali più o meno annunciati, ma da storie che raccontano con la massima crudezza possibile tragedie e orrori del nostro presente. Come dimostra la visione in anteprima di Redacted, regia di Brian De Palma, con cui la ferita aperta del conflitto iracheno fa irruzione nel glamour della Mostra.
Girato a low budget, interpretato da attori per nulla famosi, breve e conciso nella durata (circa un'ora e mezza), il film - di scena oggi, in concorso - è centrato su un episodio di cronaca realmente accaduto: lo stupro e l'uccisione di una ragazzina irachena, e il massacro di tutta la sua famiglia, da parte di un gruppo di soldati americani. Certo, come leggiamo nella premessa scritta che appare a inizio pellicola, si tratta solo di un'ispirazione, perché poi la costruzione dei personaggi è totalmente di finzione. Ma questa precisazione, che ha anche l'ovvio scopo di tutelare legalmente i realizzatori, non toglie nulla alla verità e all'efficacia dell'opera.
E, al di là del contenuto, a colpire è anche il taglio particolare adottato da De Palma. Sullo schermo, infatti, la storia non viene mostrata direttamente. Ma attraverso una serie di resoconti filmati, da prospettive completamente diverse: il video amatoriale girato da uno dei soldati coinvolti nella vicenda; un documentario sul check-point che questi militari sorvegliano girato da un'autrice francese; i reportage dei giornalisti embedded, o quelli di una tv araba che ricorda molto Al Jazeera; le comunicazioni via internet tra inviati al fronte e familiari; siti web dei fondamentalisti, in cui appare, ad esempio, il video di una decapitazione che è una prova durissima per lo spettatore; e anche i siti del movimenti pacifisti americani.
Un modo per evitare un'ottica onnisciente, e dunque giudicante, sui fatti; ma anche un voler svelare i meccanismi mediatici della nostra epoca. Però l'assenza di uno sguardo che potremmo definire moralistico non deve ingannare: De Palma una posizione, sull'orrore e gli orrori del conflitto, la prende, eccome. Come già fece in una sua vecchia pellicola ambientata in Vietnam, Vittime di guerra. E la prende soprattutto nella seconda parte del film.
Tanti i momenti da ricordare. Ad esempio, il modo in cui il regista mostra la stupidità mista a violenza, l'ignoranza assoluta e il razzismo (gli iracheni sono definiti "i negri del deserto") dei due soldati che pianificano scientificamente la spedizione per stuprare la ragazzina, utilizzando come pretesto un fatto tragico come la morte del loro diretto superiore, saltato in aria. Impressionante anche come uno dei due militari, quello che materialmente compie il massacro della giovane e della sua famiglia, non faccia una piega, quando uccide al checkpoint una donna che stava correndo in ospedale per partorire. Del resto si tratta di un personaggio che ha una storia di degrado alle spalle, un fratello assassino (in tanti decidono di arruolarsi per evitare la fame o la prigione). Toccante anche il tormento di un altro soldato, indeciso tra omertà e voglia di denunciare l'orrore compiuto. E a cui perfino il padre consiglia di tacere: "Non abbiamo bisogno di un'altra Abu Grahib - gli dice - e poi ti farebbero passare per matto".
Ma la colpa dell'orrore, lascia intendere Redacted, non è dei singoli, quanto del sistema sbagliato. Anche perché nel film viene suggerito - anche se non mostrato apertamente - che i soldati vengono tenuti in condizioni disumane, vittime di alcol e droga, e privati del sonno.
E chissà se alla fine della storia - come è avvenuto nella realtà - i colpevoli saranno almeno in parte puniti. Questo De Palma non lo fa vedere, la sua non è una vicenda di crimini compiuti e giustizia che poi trionfa. Anche perché la sua scelta è di chiudere il film mostrando una galleria di immagini (terribili e vere) della guerra in Iraq: neonati dilaniati, bambini mutilati, cadaveri che marciscono per strada, lo strazio di chi ha perso un figlio. E raramente, al cinema, si è assistito a una chiusa così dolorosa, col grande schermo ad amplificare la carica drammatica di quei volti, di quei corpi. Tanto che, alla fine della proiezione stampa, la platea resta in un silenzio agghiacciato.
Da la repubblica web
Ovunque ci siano conflitti militari, queste situazioni si presentano immancabilmente, violenza chiama violenza, la storia del criminale gesto da parte di alcuni militari americani e' una fotocopia di altre storie dei conflitti d'ogni tempo.
Che dire delle bombe chimiche di Falluja per stanare i militari irakeni, che poneva resistenza o le bombe all'uranio impoverito che fa ancora vittime nei nostri militari, dai tempi della guerra dei balcani.
La democrazia non si esporta cosi' e non ci sono giustificazioni anche per eliminare un saguinario despota.
Inchiesta de L'Espresso: abitazioni a cifre stracciate per vip, politici e sindacalisti
Trenta vani catastali acquisiti da Casini. Affari anche per Cardia e Bonanni

ROMA - Case a prezzi stracciati per vip, politici e sindacalisti. Lo rivela un'inchiesta de L'Espresso in edicola oggi, dal titolo "Casa nostra". Una squadra "vasta e assortita", è la denuncia del settimanale, ha potuto comprare appartamenti a Roma a costi di molto inferiori a quelli di mercato. Una squadra bipartisan che va dall'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, agli ex presidenti di Camera e Senato Luciano Violante e Nicola Mancino. Dalla famiglia del leader Udc Pier Ferdinando Casini a quelle del ministro della Giustizia Clemente Mastella e del primo cittadino di Roma Walter Veltroni. Coinvolti nell'inchiesta anche altri potenti, come il presidente della Consob Lamberto Cardia e il segretario della Cisl Raffaele Bonanni.
Le prime anticipazioni, trapelate ieri, hanno sollevato la reazione di alcuni dei politici chiamati in causa. Mastella ha annunciato una querela, mentre Cossiga si è limitato a spiegare: "Ho comprato a prezzi scontati, ma non ingiustamente". Duro il presidente del Senato, Franco Marini: "Sono false le notizie che mi riguardano (due piani di un palazzo ai Parioli pagati 1 milione di euro, ndr). Io non ho avuto nessuno sconto ma ho comprato a prezzo di mercato la casa che avevo in affitto da circa 20 anni. Mi pare si stia superando ogni limite con queste pseudo-denunce".
Nel 1996 l'inchiesta "Affittopoli" svelava come gli enti previdenziali dessero in locazione ai politici appartamenti in pieno centro a Roma a prezzi stracciati. Oggi L'Espresso parla di una "Svendopoli", perché quelle stesse case "sono state svendute definitivamente e il privilegio è stato reso eterno". Per fare un esempio, il presidente della Consob Cardia pagava 1 milione e 100 mila lire di affitto nel 1996 e ha comprato nel 2002 a 328 mila euro 10 vani e due posti auto vicino al Palaeur. Mentre il sindaco Veltroni, che "è nato nelle case dell'ente previdenziale dei dirigenti (Inpdai)", ha comprato dalla Scip, ex Inpdai, 190 metri quadri a via Velletri, zona Piazza Fiume, per 373mila euro. Un prezzo basso "per effetto non di un'elargizione personale, ma degli sconti collettivi".
Anche le società private Generali e Pirelli, secondo L'Espresso, nella vendita di immobili hanno avuto un occhio di riguardo per alcuni politici, come Casini e Mastella. A ex suocera, ex moglie e figlie del leader Udc sono andati 30 vani catastali in via Clitunno (zona Trieste) a 1,8 milioni di euro (prezzo di mercato 5100-6900 euro al metro quadro). Mentre la famiglia Mastella si è aggiudicata 26 vani (5 appartamenti) di un edificio di Lungotevere Flaminio a 1,2 milioni di euro. "Non ho certo approfittato di favori - ha replicato il Guardasigilli - tant'è che ho dovuto fare un mutuo di ben 500mila euro".
Da la repubblica web
Questo e' l'andazzo italiano signori, non sono tutti uguali,alcuni piu' virtuosi, ma quando si riesce ad andare al potere, governo o opposizione che sia, i privilegi arrivano e le tentazioni pure, la democrazia e' l'unico regime possibile,il meno difettoso ma ha il suo prezzo, nel nostro paese e' davvero insopportabile, consoliamoci con un regime dittatoriale sarebbe assai peggio.
Dovremmo poter provare ad eleggere politici che arrivano da paesi piu' seri e cambiarli molto in fretta, altrimenti l'integrazione del malaffare e' dietro l'angolo.

Le ultime notizie da Santiago parlano di 760 arresti e di una repressione durissima (nella foto la Plaza Italia). E' questa la risposta del governo 'socialista' di Michelle Bachelet, alla grande manifestazione nazionale convocata dalla Central Unica de Trabajadores (CUT). La manifestazione è stata convocata esplicitamente contro il modello economico neoliberale, imposto con la dittatura di Augusto Pinochet, continuato in democrazia e lasciato intatto da Michelle Bachelet, una ex-esiliata politica e figlia di un ex-generale assassinato da Pinochet.
Il popolo cileno è letteralmente stremato dal modello, applicato alla lettera oramai da 34 anni. In teoria lavorano tutti o quasi (7% di disoccupazione ufficiale) ma metà dei cileni è completamente esclusa da servizi minimamente decenti per la salute e l'educazione, completamente privatizzati. Pochi mesi fa la "razionalizzazione" dei trasporti pubblici (privati) nella capitale, il Transantiago voluto da Michelle Bachelet, aveva semplicemente escluso molti quartieri popolari dai percorsi degli autobus: non erano redditizi, i poveri vadano a piedi.
Le scene viste nel gelo dell'inverno di Santiago sono le stesse viste fin dai tempi di Pinochet, e la risposta in democrazia è intollerabilmente dura: 760 arresti. In tutta la parte dell'America latina ancora legata al modello neoliberale, dal Messico alla Colombia, dal Perù al Cile, negli ultimi mesi ci sono state proteste sempre più intense e la risposta è stata sempre la stessa: repressione.
Ma ieri i lavoratori del Cile hanno dato una grande dimostrazione: dopo 34 anni di frustrazioni hanno dimostrato di sapersi organizzare, di poter uscire da quella condizione di prostrazione e di sottomissione alla quale sono sottoposti.
Danno da pensare questi 760 arresti, praticamente ignorati dalla stampa italiana ed europea. Proviamo per un istante ad immaginare se ci fossero stati 760 arresti a Caracas, e non nella Santiago di fatto governata ancora dagli stessi Chicago Boys di Pinochet. Se ci fossero 760 arresti a Caracas, ci troveremmo di fronte a un dramma vero: Pierluigi Battista, Omero Ciai, Piero Sansonetti si immolerebbero come bonzi contro la dittatura chavista. Invece i 760 arresti sono a Santiago... E stanno tutti allineati e coperti, viva Michelle la signora della politica latinoamericana, la grande novità, Michelle ch'è di sinistra (Sic!)... Meditate gente, meditate...
Da http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/storico.asp
Grazie a Gennaro che da spazio a queste notizie tenute il piu' possibile nascoste dai media occidentali, la nuova presidente cilena, d'estrazione socialista, evidentemente deve si fa per dire, far buon viso a cattiva sorte, le sorti economiche del paese sono in mano alle vecchie famiglie molto potenti e ancora oggi filo-pinochet, fortunatamente scomparso.
Se fosse successo nel Venezuela con Chavez, apriti cielo, il tam tam occidentale avrebbe aperto in prima pagina.
Il suo blog http://chipsandsalsa.wordpress.com/
Il suo ultimo post nel suo blog.
Pubblicato da franco carlini su 28 Agosto 2007
«Se avessero preso in ostaggio mia figlia, non ci sarebbe limite alcuno, ve lo dico e ve lo ripeto,all’uso della tortura». Per salvarla ovviamente. D’altra parte, aggiunge, è quello che fece la polizia del Pakistan, in occasione del rapimento del giornalista Daniel Pearl del Wall Street Journal. Per cercare di liberarlo in tempo, arrestarono e torturarono i familiari dei rapitori anche se a nulla servì e il giornalista venne non solo ucciso ma letteralmente fatto a pezzi.
A sostenere la possibilità della tortura, persino di innocenti familiari non coinvolti, è stato di recente Robert Ménard, fondatore e segretario generale di Reporters San Frontières, la Ong internazionale che si batte per la libertà di stampa e di espressione, contro i regimi censori e autoritari.
Quelle cose Ménard le ha dette nel canale radiofonico France Culture il 16 agosto scorso, all’interno di un dibattito sulla gestione trasparente degli ostaggi, insieme ad altri giornalisti. Il registrato è stato riproposto ieri dal giornale online Rue89.com, sempre attento e combattivo. Nell’occasione Ménard sosteneva che a quel punto non è più una questione di idee o di principi, ma di guerra. Dice di averne parlato con la moglie di Pearl (in occasione del lancio del film «A Mighty Heart» di Whinterbottom, su di lei e suo marito) e che «bisognava assolutamente salvarlo e se era necessario prendere un certo numero di persone, prenderle fisicamente, avete capito, minacciandoli e torturandoli»
Ménard ha espresso la sua opinione in maniera problematica, ma senza dubbio una frontiera l’ha voluta passare, che non è quella della libertà, ma quella della disumanità. E non basta a giustificarlo l’orrore del terrorismo sanguinario, né il nobile scopo di salvare delle vite. A prezzo di quali vite e di quali altre disumanità? Più sensati di lui, gli americani contro la tortura sono invece riusciti a far dimettere il ministro della giustizia Alberto Gonzales, mentitore e reticente su Guantanamo e Abu Graib.
Le mie condoglianze alla sua famiglia, un personaggio che ho conosciuto solo oggi con la notizia della sua morte, ma il tam tam della sua scomparsa e' apparso in tutti i giornali piu' importanti del web.
Spiace che verranno a mancare la sua umanita' e la sua cultura.
A Misano il campione pesarese dice di aver rispettato le regole
Quantificata in 112 milioni euro la cifra dovuta allo Stato
Valentino Rossi
MISANO - Il "Dottor Rossi" sente l'aria di casa, parla e promette. Valentino è a Misano Adriatico, teatro della tredicesima prova del Motomondiale, dove domenica farà l'ultimo, disperato, tentativo di avvicinare la leadership di Casey Stoner. Ma soprattutto è a due passi da Tavullia, dove è nato e cresciuto. E allora il sette volte campione del mondo cambia atteggiamento e per la prima volta accetta di parlare coi giornalisti del suo contenzioso col Fisco, dopo il video-messaggio spedito ai telegiornali e i silenzi di Brno. "Penso di aver fatto tutto secondo le regole", dice il Dottore. Che aggiunge: "Credo che i miei collaboratori abbiano fatto il massimo per me nel rispetto delle regole". Il tono delle sue parole non è vittimistico, anzi: "Dopo questo controllo verrà fuori se hanno sbagliato o meno, ma in ogni caso mi prenderò tutte le mie responsabilità".
Valentino era finito nel mirino del Fisco lo scorso 3 agosto, quando l'Agenzia delle Entrate gli aveva notificato un avviso di accertamento. Gli ispettori erano giunti alla conclusione che Rossi aveva evaso ben 25 milioni di euro di imposte, derivanti da 60 milioni di euro di entrate relative al quadriennio 2000-2004, che il campione pesarese non aveva mai dichiarato. Il Dottore aveva trasferito la propria residenza a Londra nel 2000, e il regime "resident but not domicilied" gli aveva consentito di dichiarare solo i minimi redditi prodotti in Inghilterra, e in Italia quelli derivati da fabbricati, per cifre irrisorie. I ricchi contratti di sponsorizzazione erano stati gestiti invece da società estere costituite ad hoc. L'Agenzia delle Entrate aveva quantificato in 112 milioni di euro, tra sanzioni e interessi, la cifra dovuta da Rossi allo Stato italiano.
Puntuale era arrivata anche la denuncia penale, alla procura di Pesaro, per "omessa dichiarazione dei redditi e dichiarazione infedele". Valentino si era sì difeso, ma in tv, e senza contraddittorio, con un video messaggio trasmesso dai principali telegiornali. "Ho la residenza a Londra, non a Paperopoli o in qualche paradiso fiscale, e l'ho scelta per le esigenze del mio mestiere", aveva detto il campione di Tavullia, accusando tutti di averlo "crocifisso e condannato prima delle necessarie verifiche". La difesa televisiva non era piaciuta per niente a Vincenzo Visco. "Perché il contribuente che è anche una celebrità ha il diritto di difendersi sul palcoscenico della tv, perdipiù senza contraddittorio?", si era chiesto il vice ministro dell'Economia.
Adesso, per la prima volta, Valentino parla dei suoi problemi fiscali coi giornalisti, e mostra toni concilianti. Chissà se seguirà l'esempio di un altro personaggio del circus dei motori, Giancarlo Fisichella, che sabato ha annunciato di aver fatto pace col Fisco, ottenendo anche un significativo sconto. Ma il primo passo verso quel "pagherò" che tutti si aspettano, intanto, è stato compiuto.
Da la repubblica web
Dovrebbe essere una sua ammissione di colpa o perlomeno un chiarimento aspettato, i prossimi giorni con i controlli dei suoi esperti ne sapremo di piu', al di la' delle sue performance sportive, ducati e stoner sono di un altro pianeta quest'anno, mi piacerebbe vedere valentino con la moto rossa, nel competere con l'australiano, aspettavamo questa sua presa di posizione, al massimo the doctor mi piace vederlo evadere con le sue prestazioni in pista!!!
Esortati dal presidente Bush a produrre entro dieci anni un quarto dei carburanti non fossili di cui necessitano gli Stati Uniti, migliaia di agricoltori americani stanno trasformando il "granaio d'America" in una immensa tanica di biocarburi. L'anno scorso già il 20 per cento del raccolto di granoturco Usa è stato usato per la produzione di etanolo, i cui stabilimenti raddoppiano di anno in anno. Una politica analoga è in corso un po' ovunque, dall'Europa all'India, dal Sud Africa al Brasile. Diminuendo la terra destinata alla coltivazione di grano, il prezzo del frumento è aumentato del 100 per cento dal 2006, e ciò sta portando ad aumenti da record dei prezzi dei generi di prima necessità: pane, pollo, uova, latte, carne.
Ad accrescere le preoccupazioni del dottor Brown c'è il boom demografico ed economico di Cina e India, i due giganti in cui vive il 40 per cento della popolazione mondiale: anche perché cinesi ed indiani stanno abbandonando la loro tradizionale dieta ricca di verdure a favore di un'alimentazione più "americana", che contiene più carne e latticini. Non tutti condividono gli scenari catastrofici. "Il Brasile ha 3 milioni di chilometri quadrati di terra arabile, di cui solo un quinto è attualmente coltivato e di cui solo il 4 per cento produce etanolo", dice il presidente brasiliano Lula. Ma le Nazioni Unite calcolano che la richiesta di biocarburi aumenterà del 170 per cento solo nei prossimi tre anni. Ci sarà abbastanza cibo per tutti? O presto verrà il giorno in cui dovremo scegliere tra una pagnotta e un pieno di biocarburi per la nostra auto?
Da la repubblica web
Non ho dubbi scelgo senza esitazione la produzione alimentare, la movimentazione trovera' altri sviluppi tecnologici, al massimo limiteremo i nostri spostamenti, non puo' che esser cosi', senza alimentazione si puo' solo morire di fame.
Nel mio piccolo per recarmi al lavoro uso la bicicletta, quindi gia' mi reputo ben inserito nel cambiamento epocale.

Polemiche dopo la stretta del comune
di Firenze. Pecoraro-Scanio e Rosy Bindi: «Puntare sulla solidarietà»
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Nel nostro Codice penale non esiste una precisa «figura incriminatrice»
La Cassazione: «Il mobbing non è reato»
Respinto il ricorso di una insegnante campana contro il preside. Se non si prova la reiterazione della persecuzione, niente condanna
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ROMA - Il mobbing non è reato: il lavoratore, per difendersi dalle vessazioni del datore o dei colleghi, può chiedere il risarcimento del danno in un processo civile o fare una denuncia per maltrattamenti in sede penale. In quest’ultimo caso, tuttavia, dovrà provare la reiterazione della persecuzione e della discriminazione, altrimenti niente condanna. Insomma, nel nostro Codice penale, non esiste una precisa figura incriminatrice per punire il cosiddetto mobbing. È quanto affermato dalla quinta sezione penale della Corte di cassazione che, con la sentenza 33624, ha respinto il ricorso della Procura di Santa Maria Capua Vetere e di un insegnante che aveva denunciato il presidente per mobbing contro la sentenza di non luogo a procedere emessa dal Gup.
FIGURA ASSENTE NEL CODICE - Sia la professoressa sia la pubblica accusa avevano parlato negli atti processuali di mobbing, figura però assente nel nostro Codice penale. Infatti, hanno chiarito i giudici di legittimità, «la difficoltà di inquadrare la fattispecie in una precisa figura incriminatrice, mancando in seno al Codice penale questa tipicizzazione, deriva dalla erronea contestazione del reato da parte del pubblico ministero. Infatti, l’atto di incolpazione è assolutamente incapace di descrivere i tratti dell’azione censurata. La condotta di mobbing - spiega ancora il Collegio - suppone non tanto un singolo atto lesivo, ma una mirata reiterazione di una pluralità di atteggiamenti, anche se non singolarmente connotati da rilevanza penale, convergenti sia nell’esprimere l’ostilità del soggetto attivo verso la vittima sia nell’efficace capacità di mortificare e di isolare il dipendente nell’ambiente di lavoro».
IL CASO PARTICOLARE - Nel caso specifico, inoltre, il pm non aveva contestato azioni reiterate e continuative ma solo casi di diffamazione, ingiuria e una pluralità di gesti ostili non specificati; azioni prive in sé, secondo la Corte, di potenzialità direttamente lesive dell'integrità della vittima o di riscontri obiettivamente dimostrabili.
MALTRATTAMENTI - Al più il preside avrebbe potuto essere condannato per maltrattamenti, ma l’insegnante non è riuscita a provare la continuità nel tempo delle vessazioni subite e la correlazione con la patologia lamentata. Infatti, «la figura di reato maggiormente prossima ai connotati caratterizzanti il cosiddetto mobbing è quella descritta dall’articolo 572 c.p. (maltrattamenti, ndr) commessa da persona dotata di autorità per l’esercizio di una professione».
ULTIMI IN EUROPA - L'Italia è fanalino di coda nella lotta al mobbing tra i Paesi europei. «È l'unico Paese europeo che non ha una legge sul mobbing e che dunque non lo prevede come reato - denuncia Fabio Massimo Gallo, presidente della prima sezione lavoro del tribunale di Roma, ed esperto della materia -. Eppure, c'è una delibera del Consiglio d'Europa del 2000 che vincola tutti i Paesi a dotarsi di una normativa antimobbing».
Da corsera web
Qualcuno lo accenni a Montezemolo, ultimamente sente e polemizza solo per l'elevata pressione fiscale,siamo ultimi nel continente per sicurezza nel lavoro, ora statisticamente anche i peggiori per le situazioni di mobbing, quindi gli splendidi datori di lavoro,in una certa percentuale chiaramente, mai fare di tutta un'erba un fascio, potranno cimentarsi a loro piacimento, rischiando tutto sommato una causa civile e un eventuale risarcimento, sempre che sia dimostrabile dal malcapitato.
Bisogna adeguarsi all'Europa solo per cio' che conviene, la scaltrezza italica impera!!!
Un paese che va bene alla rovescia, meglio rendersene conto!!!
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Uliwood Party di Marco Travaglio
Era la notte del 16 novembre 1992. Dopo una puntata di «Milano Italia» con Gad Lerner in un teatro di Torino, un gruppo di cronisti tra cui il sottoscritto inseguono Umberto Bossi in una pizzeria. Lui e la sua compagnia di leghisti piemontesi li accolgono al loro tavolo. I giornalisti estraggono i taccuini e, tra una portata e l’altra, appuntano a una a una le pirotecniche sparate del Senatur, particolarmente in forma senza nemmeno il bisogno di vino (lui beve, almeno quella sera, acqua gassata). Dice che la Corte costituzionale è una cupola di malfattori, pronta a bocciare i referendum per espropriare il popolo, ovviamente padano. Aggiunge che, se i partiti di Roma ladrona travolti da Tangentopoli tentano il golpe, lui è già pronto. Testuale: «Il golpe? Perso per perso, la Dc lo farebbe pure. Ma non sa che c’è una signora Lega che è pronta a impedirglielo, con un blocco d’ordine. Se tentassero il golpe, il loro generaletto glielo spazzeremmo via in tre giorni: non ci vuole niente a far venire qualche camion di armi dalla Slovenia o dalla Croazia». I cronisti prendono nota, allibiti.
Due giorni dopo la sparata è su vari giornali, ma l’unico che la mette in prima pagina è Il Giornale di Montanelli, dove a quel tempo lavoravo. Bossi, assediato dagli altri partiti che gli chiedono di smentire, smentisce. Dice che è tutto un complotto di Montanelli, servo di Roma ladrona eccetera. Annuncia pure che li trascinerà in tribunale, lui e il suo cronista. Al quale Montanelli telefona per dirgli di stare tranquillo e di farsi una risata. Poi rilascia una dichiarazione ai tg in cui conferma parola per parola l’intervista di Bossi. Da quel giorno sono trascorsi 15 anni. E il Senatur c’è ricascato con i fucili. Ogni tanto - sarà la prostata - gli scappano. Le pallottole da 300 lire per raddrizzare la schiena al giudice varesino Abate, poliomielitico, reo di indagare su alcuni leghisti (1993). I 300 mila bergamaschi pronti a imbracciare le armi negli anni 80 per la secessione (1994). La violenza come unica arma per difendere l’onore del Nord (1995). La rivolta del Nord modello Bravehart (1996). L’aut aut fra referendum secessionista e guerra civile, «io comunque metto mano alla fondina» (1997). Stessa sparata, stesse parole, stesso copione, mezza smentita il giorno dopo che non smentisce nulla.
Sono 15 anni che la Lega vive e si alimenta dei bluff del suo condottiero: la rivoluzione, la secessione, il Parlamento della Padania, i kalashnikov, i fucili, le pistole e soprattutto tanti pistola. In questi 15 anni tutti han fatto o cercato accordi con la Lega: da Bellachioma al centrosinistra (un anno di governo Dini insieme). Tutti ci hanno dialogato: D’Alema la definì «una costola della sinistra» (e aveva ragione: una bella fetta di elettorato leghista dei tempi d’oro veniva da sinistra) e ancora l’altro giorno Violante elogiava Maroni (che peraltro, vista la compagnia, è stato un ministro decoroso). È cambiata la Lega? No, la Lega è sempre la stessa: l’ultimo partito leninista del secolo scorso. Sempre appresso al suo leader carismatico, pronto a seguirlo in capo al mondo, a giustificare i suoi stop and go, le sue avanzate e le sue ritirate, le discese ardite e le risalite. C’è persino chi sostiene che, con la sua violenza verbale, Bossi ha catalizzato pulsioni pericolose che, senza di lui, avrebbero davvero potuto sfociare nella violenza fisica. Chi ha visto una volta nella vita le Guardie Padane in camicia verde sa bene che altro non sono se non vecchi e tremebondi democristiani o socialdemocratici con qualche problema col fisco e qualcuno con la dentiera, che al primo «buh» scappano dalla mamma. Era quasi scontato che, nella sua fase crepuscolare, la Lega si arroccasse sulle truculenze delle origini, nel tentativo disperato di risorgere un’altra volta dalle sue ceneri.
Prima di far finta di indignarsi, bisognerebbe rispondere a una domanda: vi preoccupa di più l’Umberto che ritira fuori il fuciletto a tappo, o James Bondi che dedica una lirica a Elio Vito promesso sposo? Recita il carme del vate: «Fra le tue braccia magico silenzio / Fra le tue braccia intenerito ardore / Fra le tue braccia campo di girasoli / Fra le tue braccia sole dell’allegria». Il tutto firmato dal coordinatore nazionale del partito di maggioranza relativa. Ecco, siamo molto preoccupati per Bondi. Non vorremmo stesse poco bene.
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| Meglio un uomo convivente che sposato |
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