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charliebrown01

la coperta di linus
31/08/2007

Un pugno nello stomaco, film realta' del conflitto in Iraq.

"Redacted" mostra il conflitto in Iraq da prospettive completamente diverse
Una tragedia reale che lascia la platea in un silenzio agghiacciato

Al Lido tutto l'orrore della guerra
Brian De Palma non fa sconti

dal nostro inviato CLAUDIA MORGOGLIONE

 

<B>Al Lido tutto l'orrore della guerra<br>Brian De Palma non fa sconti</B>

VENEZIA - Come spesso accade ai festival, lo shock vero, il pugno nello stomaco dello spettatore, arriva non dagli scandali sessuali più o meno annunciati, ma da storie che raccontano con la massima crudezza possibile tragedie e orrori del nostro presente. Come dimostra la visione in anteprima di Redacted, regia di Brian De Palma, con cui la ferita aperta del conflitto iracheno fa irruzione nel glamour della Mostra.

Girato a low budget, interpretato da attori per nulla famosi, breve e conciso nella durata (circa un'ora e mezza), il film - di scena oggi, in concorso - è centrato su un episodio di cronaca realmente accaduto: lo stupro e l'uccisione di una ragazzina irachena, e il massacro di tutta la sua famiglia, da parte di un gruppo di soldati americani. Certo, come leggiamo nella premessa scritta che appare a inizio pellicola, si tratta solo di un'ispirazione, perché poi la costruzione dei personaggi è totalmente di finzione. Ma questa precisazione, che ha anche l'ovvio scopo di tutelare legalmente i realizzatori, non toglie nulla alla verità e all'efficacia dell'opera.

E, al di là del contenuto, a colpire è anche il taglio particolare adottato da De Palma. Sullo schermo, infatti, la storia non viene mostrata direttamente. Ma attraverso una serie di resoconti filmati, da prospettive completamente diverse: il video amatoriale girato da uno dei soldati coinvolti nella vicenda; un documentario sul check-point che questi militari sorvegliano girato da un'autrice francese; i reportage dei giornalisti embedded, o quelli di una tv araba che ricorda molto Al Jazeera; le comunicazioni via internet tra inviati al fronte e familiari; siti web dei fondamentalisti, in cui appare, ad esempio, il video di una decapitazione che è una prova durissima per lo spettatore; e anche i siti del movimenti pacifisti americani.

Un modo per evitare un'ottica onnisciente, e dunque giudicante, sui fatti; ma anche un voler svelare i meccanismi mediatici della nostra epoca. Però l'assenza di uno sguardo che potremmo definire moralistico non deve ingannare: De Palma una posizione, sull'orrore e gli orrori del conflitto, la prende, eccome. Come già fece in una sua vecchia pellicola ambientata in Vietnam, Vittime di guerra. E la prende soprattutto nella seconda parte del film.

Tanti i momenti da ricordare. Ad esempio, il modo in cui il regista mostra la stupidità mista a violenza, l'ignoranza assoluta e il razzismo (gli iracheni sono definiti "i negri del deserto") dei due soldati che pianificano scientificamente la spedizione per stuprare la ragazzina, utilizzando come pretesto un fatto tragico come la morte del loro diretto superiore, saltato in aria. Impressionante anche come uno dei due militari, quello che materialmente compie il massacro della giovane e della sua famiglia, non faccia una piega, quando uccide al checkpoint una donna che stava correndo in ospedale per partorire. Del resto si tratta di un personaggio che ha una storia di degrado alle spalle, un fratello assassino (in tanti decidono di arruolarsi per evitare la fame o la prigione). Toccante anche il tormento di un altro soldato, indeciso tra omertà e voglia di denunciare l'orrore compiuto. E a cui perfino il padre consiglia di tacere: "Non abbiamo bisogno di un'altra Abu Grahib - gli dice - e poi ti farebbero passare per matto".

Ma la colpa dell'orrore, lascia intendere Redacted, non è dei singoli, quanto del sistema sbagliato. Anche perché nel film viene suggerito - anche se non mostrato apertamente - che i soldati vengono tenuti in condizioni disumane, vittime di alcol e droga, e privati del sonno.

E chissà se alla fine della storia - come è avvenuto nella realtà - i colpevoli saranno almeno in parte puniti. Questo De Palma non lo fa vedere, la sua non è una vicenda di crimini compiuti e giustizia che poi trionfa. Anche perché la sua scelta è di chiudere il film mostrando una galleria di immagini (terribili e vere) della guerra in Iraq: neonati dilaniati, bambini mutilati, cadaveri che marciscono per strada, lo strazio di chi ha perso un figlio. E raramente, al cinema, si è assistito a una chiusa così dolorosa, col grande schermo ad amplificare la carica drammatica di quei volti, di quei corpi. Tanto che, alla fine della proiezione stampa, la platea resta in un silenzio agghiacciato.

Da la repubblica web

Ovunque ci siano conflitti militari, queste situazioni si presentano immancabilmente, violenza chiama violenza, la storia del criminale gesto da parte di alcuni militari americani e' una fotocopia di altre storie dei conflitti d'ogni tempo.

Che dire delle bombe chimiche di Falluja per stanare i militari irakeni, che poneva resistenza o le bombe all'uranio impoverito che fa ancora vittime nei nostri militari, dai tempi della guerra dei balcani.

La democrazia non si esporta cosi' e non ci sono giustificazioni anche per eliminare un saguinario despota.

postato da charliebrown01 alle ore 31/08/2007 23:51 | link | commenti (2)
categorie: cinema
31/08/2007

Politica italiana,auto blu, stipendi alti,ora anche pesanti agevolazioni sull'acquisto delle case.

Inchiesta de L'Espresso: abitazioni a cifre stracciate per vip, politici e sindacalisti
Trenta vani catastali acquisiti da Casini. Affari anche per Cardia e Bonanni

"Case a politici e sindacalisti
a prezzi super-scontati"

Un intero edificio per il Guardasigilli. Mastella: querelo
di SERENELLA MATTERA


ROMA - Case a prezzi stracciati per vip, politici e sindacalisti. Lo rivela un'inchiesta de L'Espresso in edicola oggi, dal titolo "Casa nostra". Una squadra "vasta e assortita", è la denuncia del settimanale, ha potuto comprare appartamenti a Roma a costi di molto inferiori a quelli di mercato. Una squadra bipartisan che va dall'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, agli ex presidenti di Camera e Senato Luciano Violante e Nicola Mancino. Dalla famiglia del leader Udc Pier Ferdinando Casini a quelle del ministro della Giustizia Clemente Mastella e del primo cittadino di Roma Walter Veltroni. Coinvolti nell'inchiesta anche altri potenti, come il presidente della Consob Lamberto Cardia e il segretario della Cisl Raffaele Bonanni.

Le prime anticipazioni, trapelate ieri, hanno sollevato la reazione di alcuni dei politici chiamati in causa. Mastella ha annunciato una querela, mentre Cossiga si è limitato a spiegare: "Ho comprato a prezzi scontati, ma non ingiustamente". Duro il presidente del Senato, Franco Marini: "Sono false le notizie che mi riguardano (due piani di un palazzo ai Parioli pagati 1 milione di euro, ndr). Io non ho avuto nessuno sconto ma ho comprato a prezzo di mercato la casa che avevo in affitto da circa 20 anni. Mi pare si stia superando ogni limite con queste pseudo-denunce".

Nel 1996 l'inchiesta "Affittopoli" svelava come gli enti previdenziali dessero in locazione ai politici appartamenti in pieno centro a Roma a prezzi stracciati. Oggi L'Espresso parla di una "Svendopoli", perché quelle stesse case "sono state svendute definitivamente e il privilegio è stato reso eterno". Per fare un esempio, il presidente della Consob Cardia pagava 1 milione e 100 mila lire di affitto nel 1996 e ha comprato nel 2002 a 328 mila euro 10 vani e due posti auto vicino al Palaeur. Mentre il sindaco Veltroni, che "è nato nelle case dell'ente previdenziale dei dirigenti (Inpdai)", ha comprato dalla Scip, ex Inpdai, 190 metri quadri a via Velletri, zona Piazza Fiume, per 373mila euro. Un prezzo basso "per effetto non di un'elargizione personale, ma degli sconti collettivi".

Anche le società private Generali e Pirelli, secondo L'Espresso, nella vendita di immobili hanno avuto un occhio di riguardo per alcuni politici, come Casini e Mastella. A ex suocera, ex moglie e figlie del leader Udc sono andati 30 vani catastali in via Clitunno (zona Trieste) a 1,8 milioni di euro (prezzo di mercato 5100-6900 euro al metro quadro). Mentre la famiglia Mastella si è aggiudicata 26 vani (5 appartamenti) di un edificio di Lungotevere Flaminio a 1,2 milioni di euro. "Non ho certo approfittato di favori - ha replicato il Guardasigilli - tant'è che ho dovuto fare un mutuo di ben 500mila euro".

Da la repubblica web

Questo e' l'andazzo italiano signori, non sono tutti uguali,alcuni piu' virtuosi, ma quando si riesce ad andare al potere, governo o opposizione che sia, i privilegi arrivano e le tentazioni pure, la democrazia e' l'unico regime possibile,il meno difettoso ma ha il suo prezzo, nel nostro paese e' davvero insopportabile, consoliamoci con un regime dittatoriale sarebbe assai peggio.

Dovremmo poter provare ad eleggere politici che arrivano da paesi piu' seri e cambiarli molto in fretta, altrimenti l'integrazione del malaffare e' dietro l'angolo.

postato da charliebrown01 alle ore 31/08/2007 14:57 | link | commenti (5)
categorie: ricerca
31/08/2007

Cile, repressione contro legittime proteste.

Le ultime notizie da Santiago parlano di 760 arresti e di una repressione durissima (nella foto la Plaza Italia). E' questa la risposta del governo 'socialista' di Michelle Bachelet, alla grande manifestazione nazionale convocata dalla Central Unica de Trabajadores (CUT). La manifestazione è stata convocata esplicitamente contro il modello economico neoliberale, imposto con la dittatura di Augusto Pinochet, continuato in democrazia e lasciato intatto da Michelle Bachelet, una ex-esiliata politica e figlia di un ex-generale assassinato da Pinochet.

Il popolo cileno è letteralmente stremato dal modello, applicato alla lettera oramai da 34 anni. In teoria lavorano tutti o quasi (7% di disoccupazione ufficiale) ma metà dei cileni è completamente esclusa da servizi minimamente decenti per la salute e l'educazione, completamente privatizzati. Pochi mesi fa la "razionalizzazione" dei trasporti pubblici (privati) nella capitale, il Transantiago voluto da Michelle Bachelet, aveva semplicemente escluso molti quartieri popolari dai percorsi degli autobus: non erano redditizi, i poveri vadano a piedi.

Le scene viste nel gelo dell'inverno di Santiago sono le stesse viste fin dai tempi di Pinochet, e la risposta in democrazia è intollerabilmente dura: 760 arresti. In tutta la parte dell'America latina ancora legata al modello neoliberale, dal Messico alla Colombia, dal Perù al Cile, negli ultimi mesi ci sono state proteste sempre più intense e la risposta è stata sempre la stessa: repressione.

Ma ieri i lavoratori del Cile hanno dato una grande dimostrazione: dopo 34 anni di frustrazioni hanno dimostrato di sapersi organizzare, di poter uscire da quella condizione di prostrazione e di sottomissione alla quale sono sottoposti.

Danno da pensare questi 760 arresti, praticamente ignorati dalla stampa italiana ed europea. Proviamo per un istante ad immaginare se ci fossero stati 760 arresti a Caracas, e non nella Santiago di fatto governata ancora dagli stessi Chicago Boys di Pinochet. Se ci fossero 760 arresti a Caracas, ci troveremmo di fronte a un dramma vero: Pierluigi Battista, Omero Ciai, Piero Sansonetti si immolerebbero come bonzi contro la dittatura chavista. Invece i 760 arresti sono a Santiago... E stanno tutti allineati e coperti, viva Michelle la signora della politica latinoamericana, la grande novità, Michelle ch'è di sinistra (Sic!)... Meditate gente, meditate...

Da http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/storico.asp

Grazie a Gennaro che da spazio a queste notizie tenute il piu' possibile nascoste dai media occidentali, la nuova presidente cilena, d'estrazione socialista, evidentemente deve si fa per dire, far buon viso a cattiva sorte, le sorti economiche del paese sono in mano alle vecchie famiglie molto potenti e ancora oggi filo-pinochet, fortunatamente scomparso.

Se fosse successo nel Venezuela con Chavez, apriti cielo, il tam tam occidentale avrebbe aperto in prima pagina.

postato da charliebrown01 alle ore 31/08/2007 01:32 | link | commenti (6)
categorie: politica
30/08/2007

Franco Carlini, la sua umanita' ci manchera'.

 
 
Franco Carlini, 63 anni, uno dei maggiori studiosi italiani della rivoluzione portata da Internet, è morto per un malore improvviso nella sua abitazione a Genova. Il suo curriculum non lo aveva mai voluto pubblicare per esteso, lo considerava «troppo noioso». La realtà è che era un tipo schivo, preferiva che fossero gli amici a tessere le sue lodi. Perché di cose ne ha fatte davvero tante: era una mente prolifica, lavorava sempre. Anche quando si godeva qualche bel pranzetto Slow Food, possibilmente offerto dalla casa. Dormiva solo nei ritagli di tempo. In compenso fumava come un turco e chi gli voleva bene cercava di distrarlo e costringerlo a rimandare l’appuntamento con l’immancabile sigaretta.

Se lo cercate su Wikipedia, saprete che era laureato in Fisica (ricercatore dal 1972 di neurofisiologia e di psicologia della percezione visiva all’Istituto di Cibernetica e Biofisica del Consiglio Nazionale delle Ricerche), saggista e giornalista storico del Manifesto, a cui ha continuato a collaborare fino all’ultimo con la sua rubrica Chips&Salsa. Aveva lasciato dal 1989 l’attività di ricerca per dedicarsi al lavoro giornalistico, editoriale e di imprenditore della Net Economy: scriveva anche su L’Espresso, Il Corriere della Sera, era una delle voci del Gr e di Radio3 Scienza, il quotidiano scientifico radiofonico della Rai. È stato professore nel corso di Informatica Generale per il Diploma di Giornalismo dell’Università di Genova. Nel 1997, in pieno boom di start-up internettiane, aveva fondato la società Totem (www.totem.to), specializzata in Web content e design, dove una ventina di giovani suoi allievi specializzati in tecnologia e nuovi media tuttora lavorano per diverse società su Internet e sono editori di testate elettroniche tra cui Trash.it!, Tel&Co. e VisionPost, il blog sul futuro di Internet. Ha scritto diversi libri: l’ultimo è stato «Parole di carta e di Web. Ecologia della comunicazione» (Einaudi, 2004). Tra le sue opere più note, tra l’altro, «Divergenze digitali. Conflitti, soggetti e tecnologie della terza Internet» (Manifestolibri, 2002); «Lo Stile del Web» (Einaudi, 1999); «Internet, Pinocchio e il Gendarme. Le prospettive della democrazia in Rete» (Manifestolibri, 1996); «Chips &Salsa. Storie e culture del mondo digitale» (Manifestolibri, 1995), «Tornano i Dnasauri» (Manifestolibri, 1993).

Il suo lavoro intellettuale ha ispirato tanti giovani studiosi di Internet, di cui è considerato un po’ il papà. Anche se a lui questo seccava, perché si sentiva ancora un ragazzino e gli piaceva giocare al tombeur de femme. Amava la montagna, oltre al suo mare genovese. E una volta all’anno intraprendeva lunghi viaggi in giro per il mondo con la sua compagna e spariva dalla circolazione per ossigenarsi: niente telefonino né Internet, solo uno zaino come da ragazzo. Rideva compiaciuto quando veniva equiparato dai suoi pupilli a un grande Maestro con l’aspetto del vecchio rockettaro. Chiedeva conferma, con una punta di civetteria: «E’ vero che assomiglio a Keith Richards?». Se ne è andato in punta di piedi, prima di dirci quest’estate quale è stato il suo ultimo viaggio.

Il suo blog  http://chipsandsalsa.wordpress.com/

Il suo ultimo post nel suo blog.

 

Le sinistre frontieres di quel reporter

Pubblicato da franco carlini su 28 Agosto 2007

Il manifesto, pag. 1

«Se avessero preso in ostaggio mia figlia, non ci sarebbe limite alcuno, ve lo dico e ve lo ripeto,all’uso della tortura». Per salvarla ovviamente. D’altra parte, aggiunge, è quello che fece la polizia del Pakistan, in occasione del rapimento del giornalista Daniel Pearl del Wall Street Journal. Per cercare di liberarlo in tempo, arrestarono e torturarono i familiari dei rapitori anche se a nulla servì e il giornalista venne non solo ucciso ma letteralmente fatto a pezzi.
A sostenere la possibilità della tortura, persino di innocenti familiari non coinvolti, è stato di recente Robert Ménard, fondatore e segretario generale di Reporters San Frontières, la Ong internazionale che si batte per la libertà di stampa e di espressione, contro i regimi censori e autoritari.

Quelle cose Ménard le ha dette nel canale radiofonico France Culture il 16 agosto scorso, all’interno di un dibattito sulla gestione trasparente degli ostaggi, insieme ad altri giornalisti. Il registrato è stato riproposto ieri dal giornale online Rue89.com, sempre attento e combattivo. Nell’occasione Ménard sosteneva che a quel punto non è più una questione di idee o di principi, ma di guerra. Dice di averne parlato con la moglie di Pearl (in occasione del lancio del film «A Mighty Heart» di Whinterbottom, su di lei e suo marito) e che «bisognava assolutamente salvarlo e se era necessario prendere un certo numero di persone, prenderle fisicamente, avete capito, minacciandoli e torturandoli»

Ménard ha espresso la sua opinione in maniera problematica, ma senza dubbio una frontiera l’ha voluta passare, che non è quella della libertà, ma quella della disumanità. E non basta a giustificarlo l’orrore del terrorismo sanguinario, né il nobile scopo di salvare delle vite. A prezzo di quali vite e di quali altre disumanità? Più sensati di lui, gli americani contro la tortura sono invece riusciti a far dimettere il ministro della giustizia Alberto Gonzales, mentitore e reticente su Guantanamo e Abu Graib.

Le mie condoglianze alla sua famiglia, un personaggio che ho conosciuto solo oggi con la notizia della sua morte, ma il tam tam della sua scomparsa e' apparso in tutti i giornali piu' importanti del web.

Spiace che verranno a mancare la sua umanita' e la sua cultura.

postato da charliebrown01 alle ore 30/08/2007 23:13 | link | commenti (2)
categorie: internet
30/08/2007

Valentino Rossi, una dichiarazione sufficientemente chiarificatrice.

A Misano il campione pesarese dice di aver rispettato le regole
Quantificata in 112 milioni euro la cifra dovuta allo Stato

Valentino Rossi e i problemi col Fisco
"Mi prenderò tutte le responsabilità"

Valentino Rossi

MISANO - Il "Dottor Rossi" sente l'aria di casa, parla e promette. Valentino è a Misano Adriatico, teatro della tredicesima prova del Motomondiale, dove domenica farà l'ultimo, disperato, tentativo di avvicinare la leadership di Casey Stoner. Ma soprattutto è a due passi da Tavullia, dove è nato e cresciuto. E allora il sette volte campione del mondo cambia atteggiamento e per la prima volta accetta di parlare coi giornalisti del suo contenzioso col Fisco, dopo il video-messaggio spedito ai telegiornali e i silenzi di Brno. "Penso di aver fatto tutto secondo le regole", dice il Dottore. Che aggiunge: "Credo che i miei collaboratori abbiano fatto il massimo per me nel rispetto delle regole". Il tono delle sue parole non è vittimistico, anzi: "Dopo questo controllo verrà fuori se hanno sbagliato o meno, ma in ogni caso mi prenderò tutte le mie responsabilità".

Valentino era finito nel mirino del Fisco lo scorso 3 agosto, quando l'Agenzia delle Entrate gli aveva notificato un avviso di accertamento. Gli ispettori erano giunti alla conclusione che Rossi aveva evaso ben 25 milioni di euro di imposte, derivanti da 60 milioni di euro di entrate relative al quadriennio 2000-2004, che il campione pesarese non aveva mai dichiarato. Il Dottore aveva trasferito la propria residenza a Londra nel 2000, e il regime "resident but not domicilied" gli aveva consentito di dichiarare solo i minimi redditi prodotti in Inghilterra, e in Italia quelli derivati da fabbricati, per cifre irrisorie. I ricchi contratti di sponsorizzazione erano stati gestiti invece da società estere costituite ad hoc. L'Agenzia delle Entrate aveva quantificato in 112 milioni di euro, tra sanzioni e interessi, la cifra dovuta da Rossi allo Stato italiano.

Puntuale era arrivata anche la denuncia penale, alla procura di Pesaro, per "omessa dichiarazione dei redditi e dichiarazione infedele". Valentino si era sì difeso, ma in tv, e senza contraddittorio, con un video messaggio trasmesso dai principali telegiornali. "Ho la residenza a Londra, non a Paperopoli o in qualche paradiso fiscale, e l'ho scelta per le esigenze del mio mestiere", aveva detto il campione di Tavullia, accusando tutti di averlo "crocifisso e condannato prima delle necessarie verifiche". La difesa televisiva non era piaciuta per niente a Vincenzo Visco. "Perché il contribuente che è anche una celebrità ha il diritto di difendersi sul palcoscenico della tv, perdipiù senza contraddittorio?", si era chiesto il vice ministro dell'Economia.

Adesso, per la prima volta, Valentino parla dei suoi problemi fiscali coi giornalisti, e mostra toni concilianti. Chissà se seguirà l'esempio di un altro personaggio del circus dei motori, Giancarlo Fisichella, che sabato ha annunciato di aver fatto pace col Fisco, ottenendo anche un significativo sconto. Ma il primo passo verso quel "pagherò" che tutti si aspettano, intanto, è stato compiuto.

Da la repubblica web

Dovrebbe essere una sua ammissione di colpa o perlomeno un chiarimento aspettato, i prossimi giorni con i controlli dei suoi esperti ne sapremo di piu', al di la' delle sue performance sportive, ducati e stoner sono di un altro pianeta quest'anno, mi piacerebbe vedere valentino con la moto rossa, nel competere con l'australiano, aspettavamo questa sua presa di posizione, al massimo the doctor mi piace vederlo evadere con le sue prestazioni in pista!!!

postato da charliebrown01 alle ore 30/08/2007 20:31 | link | commenti (4)
categorie: evasione
30/08/2007

Agricoltura,nei prossimi anni si dovra' scegliere.

Uno studio choc pubblicato dal quotidiano inglese The Guardian: il rebus biocarburi
Il cambio di destinazione provoca l'aumento dei costi delle derrate

Il mondo rischia di finire il cibo
Troppi campi dedicati al biofuel

Meno prodotti agricoli, sempre più cari. Aggiungete carenza d'acqua
disastri naturali e sovrappopolazione: è la ricetta per il disastro
dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI


<B>Il mondo rischia di finire il cibo<br>Troppi campi dedicati al biofuel</B>
LONDRA - Da anni viviamo con l'incubo del riscaldamento globale. Ma un'altra minaccia, ancora più immediata, potrebbe essere la fame globale: sempre meno prodotti alimentari disponibili, sempre più cari, contesi da una popolazione terrestre sempre più grande, in un periodo già reso critico da risorse idriche sempre più scarse e da un clima sempre più imprevedibile. "La fine del cibo", riassume il titolo del Guardian di Londra, puntando il dito contro un fenomeno che sta accelerando il deficit alimentare: sempre più terre, in America e in Occidente ma anche nel resto del pianeta, finora utilizzate per coltivare prodotti agricoli, adesso vengono adibite alla coltivazione di biocarburi, come l'etanolo e altri carburanti "puliti", sia per ridurre l'inquinamento atmosferico, sia per ridurre la dipendenza dall'energia petrolifera di un esplosivo e instabile Medio Oriente. E' questo, sostengono gli esperti, il fattore scatenante dell'aumento dei prezzi del cibo. Aggiungendovi il declino delle acque, i disastri naturali e la crescita della popolazione, ammonisce il quotidiano londinese, si arriva a "una ricetta per il disastro".

Lester Brown, presidente della think-tank Worldwatch Institute e autore del best-seller "Chi sfamerà la Cina?", presenta così la questione: "Siamo di fronte a un'epica competizione per le granaglie tra gli 800 milioni di automobilisti del pianeta e i due miliardi di poveri della terra". Come in quasi tutte le sfide tra ricchi e poveri, non è difficile immaginare chi la stia vincendo.


Esortati dal presidente Bush a produrre entro dieci anni un quarto dei carburanti non fossili di cui necessitano gli Stati Uniti, migliaia di agricoltori americani stanno trasformando il "granaio d'America" in una immensa tanica di biocarburi. L'anno scorso già il 20 per cento del raccolto di granoturco Usa è stato usato per la produzione di etanolo, i cui stabilimenti raddoppiano di anno in anno. Una politica analoga è in corso un po' ovunque, dall'Europa all'India, dal Sud Africa al Brasile. Diminuendo la terra destinata alla coltivazione di grano, il prezzo del frumento è aumentato del 100 per cento dal 2006, e ciò sta portando ad aumenti da record dei prezzi dei generi di prima necessità: pane, pollo, uova, latte, carne.

Ad accrescere le preoccupazioni del dottor Brown c'è il boom demografico ed economico di Cina e India, i due giganti in cui vive il 40 per cento della popolazione mondiale: anche perché cinesi ed indiani stanno abbandonando la loro tradizionale dieta ricca di verdure a favore di un'alimentazione più "americana", che contiene più carne e latticini. Non tutti condividono gli scenari catastrofici. "Il Brasile ha 3 milioni di chilometri quadrati di terra arabile, di cui solo un quinto è attualmente coltivato e di cui solo il 4 per cento produce etanolo", dice il presidente brasiliano Lula. Ma le Nazioni Unite calcolano che la richiesta di biocarburi aumenterà del 170 per cento solo nei prossimi tre anni. Ci sarà abbastanza cibo per tutti? O presto verrà il giorno in cui dovremo scegliere tra una pagnotta e un pieno di biocarburi per la nostra auto?

Da la repubblica web

Non ho dubbi scelgo senza esitazione la produzione alimentare, la movimentazione trovera' altri sviluppi tecnologici, al massimo limiteremo i nostri spostamenti, non puo' che esser cosi', senza alimentazione si puo' solo morire di fame.

Nel mio piccolo per recarmi al lavoro uso la bicicletta, quindi gia' mi reputo ben inserito nel cambiamento epocale. 

postato da charliebrown01 alle ore 30/08/2007 09:43 | link | commenti (5)
categorie: economia
29/08/2007

Lavavetro, polemiche e vari pareri.

 

Polemiche dopo la stretta del comune
di Firenze. Pecoraro-Scanio e Rosy Bindi: «Puntare sulla solidarietà»

TELESE TERME (BENEVENTO)

«Dalla polemica voglio tenermi fuori. Ma io per cultura e per lunga esperienza dubito sempre quando la severità interviene sugli ultimi invece che sui primi colpevoli, in questo caso il racket». Così il Presidente della Camera, Fausto Bertinotti, alla festa dell’Udeur a Telese Terme, a proposito della vicenda dei lavavetri a Firenze.

Rosy Bindi: «L'integrazione è la migliore soluzione»
Nel dibattito interviene anche il ministro della Famiglia Rosy Bindi che invita il sindaco di Firenze e tutti gli altri sindaci d’Italia che stanno pensando a varare ordinanze anti-lavavetri a «non dimenticare che le misure di sicurezza più certe, quelle che danno migliori risultati, sono quelle dell’integrazione e non quelle della paura o del non rispetto della persona, o, peggio ancora, dell’incapacità di riscattare tutti dal giogo della malavita». «Credo - ha precisato la Bindi - che le nostre città debbano vivere serene e sicure, ma dobbiamo capire se è solo fastidio o se in effetti dietro a tutto ciò c’è un racket che va certamente punito. Penso si possano ripulire le nostre città ma non ci si può dimenticare che le persone vanno comunque rispettate e liberate».

Pecoraro-Scanio: «Niente sicurezza senza solidarietà»
Dello stesso avviso il ministro dell’Ambiente Pecoraro-Scanio: «Non esiste sicurezza senza solidarietà. Si deve intervenire duramente sul racket, sugli sfruttatori degli ambulanti e dei lavavetri, non su chi per sopravvivere lavora agli angoli delle strade. Il rischio è che alcuni di loro, privati della possibilità di guadagnare qualcosa con il lavaggio dei vetri, scivoli verso la vera criminalità. Si stia attenti a non trasformare i lavavetri in scippatori o peggio». «Serve buonsenso per rendere migliore la vita dei cittadini, non operazioni che rischiano di essere solo d’immagine e che intaserebbero il lavoro delle procure. In un Paese dove non si riesce a incarcerare piromani e bancarottieri - conclude Pecoraro - sarebbe paradossale prendersela con i più deboli». Intanto il ministro Amato prende tempo: «Risponderò prestissimo, forse entro 24 ore».

Il sindaco si difende
Il sindaco di Firenze, Leonardo Domenici, ha sottolineato ieri che si tratta di «un intervento che vuole non soltanto tutelare i cittadini ma anche stroncare il nascente racket dell’attività di lavavetri. E senza nessun intento persecutorio nei confronti di chi chiede l’elemosina. Questo atto è la risposta concreta a una situazione pesante che si è creata nelle strade della nostra città una risposta alle segnalazioni e denunce arrivate dai cittadini, e anche un modo per intervenire in modo deciso per prevenire fenomeni criminali. Per queste ragioni si è reso necessario un intervento incisivo che non ha certamente l’obiettivo di colpire le persone in difficoltà che arrivano nel nostro paese alla ricerca di una vita migliore».

La Caritas: «Provvedimento sproporzionato»
Il provvedimento dell’amministrazione fiorentina nei confronti dei lavavetri è appaso sporporzionatostesso a Francesco Marsico, vicedirettore della Caritas Italiana, che ha affermato che «è importante da parte delle amministrazioni comunali dare delle risposte commisurate all’entità dei fenomeni». Stupore e preoccupazione sono stati espressi da Mario Marazziti della Comunità di Sant’Egidio, inmerito all’ordinanza del Comune di Firenze contro i lavavetri. «Siamo stupiti e un pò preoccupati del fatto che l’unico problema delle grandi città su cui si vuole dare un segnale di durezza - ha affermato Marazziti- è quello dei lavavetri quando le città sono piene di problemi irrisolti e tollerati».

La polemica politica
Critica è anche la posizione del ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero «le scelte assunte dal Comune di Firenze sui lavavetri vanno nella direzione opposta a ciò che serve per risolvere questioni sociali di questo tipo. Fatta salva la sacrosanta repressione di aggressioni e comportamenti violenti credo che affrontare in termini di ordine pubblico questioni che non lo sono vada nella direzione opposta a quella della mediazione sociale che si dovrebbe invece mettere in campo per fenomeni del genere». Favorevole all’ordinanza "anti-lavavetri" invece Roberto Calderoli, vice presidente del Senato e coordinatore delle segreterie nazionali della Lega Nord. «Mentre la politica romana, nel Palazzo, vuole aprire e apre le porte in genere all’immigrazione incontrollata, gli amministratori, anche quelli di centrosinistra, sono in trincea a combattere sul territorio le conseguenze di questa politica dissennata», ha detto.
Da la stampa web
L'argomento si offre per molti versi a diverse interpretazioni, da parte mia non vorrei apparire salomonico, pero' le ragioni sono davvero a piu' parti, danno fastidio,rallentano a volte il traffico, soprattutto le donne sono minacciate essendo piu' vulnerabili, questa gente miserabile viene sfruttata in modo criminale, non pensate che siano ai semafori per una libera scelta del posto, se vogliono esercitare esiste un vero e proprio pizzo.
Se devo dare il mio giudizio spassionato, una regolamentazione ci vuole, la permanenza indiscriminata non e' tollerabile, ho girato parecchio all'estero in questi ultimi anni, non esiste una situazione analoga, ovunque mi sono recato.
Rimane il problema che se queste persone non raccimolano qualche euro per campare, faranno altro nei modi peggiori per sopravvivere.
Torno al primo commento di questo post, ovunque la si giri, non c'e' una ricetta per una soluzione definitiva.
postato da charliebrown01 alle ore 29/08/2007 18:51 | link | commenti (12)
categorie: societa
29/08/2007

Mobbing, i peggiori d'Europa, cause solo civili.

Nel nostro Codice penale non esiste una precisa «figura incriminatrice»
La Cassazione: «Il mobbing non è reato»
Respinto il ricorso di una insegnante campana contro il preside. Se non si prova la reiterazione della persecuzione, niente condanna
ROMA - Il mobbing non è reato: il lavoratore, per difendersi dalle vessazioni del datore o dei colleghi, può chiedere il risarcimento del danno in un processo civile o fare una denuncia per maltrattamenti in sede penale. In quest’ultimo caso, tuttavia, dovrà provare la reiterazione della persecuzione e della discriminazione, altrimenti niente condanna. Insomma, nel nostro Codice penale, non esiste una precisa figura incriminatrice per punire il cosiddetto mobbing. È quanto affermato dalla quinta sezione penale della Corte di cassazione che, con la sentenza 33624, ha respinto il ricorso della Procura di Santa Maria Capua Vetere e di un insegnante che aveva denunciato il presidente per mobbing contro la sentenza di non luogo a procedere emessa dal Gup.
FIGURA ASSENTE NEL CODICE - Sia la professoressa sia la pubblica accusa avevano parlato negli atti processuali di mobbing, figura però assente nel nostro Codice penale. Infatti, hanno chiarito i giudici di legittimità, «la difficoltà di inquadrare la fattispecie in una precisa figura incriminatrice, mancando in seno al Codice penale questa tipicizzazione, deriva dalla erronea contestazione del reato da parte del pubblico ministero. Infatti, l’atto di incolpazione è assolutamente incapace di descrivere i tratti dell’azione censurata. La condotta di mobbing - spiega ancora il Collegio - suppone non tanto un singolo atto lesivo, ma una mirata reiterazione di una pluralità di atteggiamenti, anche se non singolarmente connotati da rilevanza penale, convergenti sia nell’esprimere l’ostilità del soggetto attivo verso la vittima sia nell’efficace capacità di mortificare e di isolare il dipendente nell’ambiente di lavoro».
IL CASO PARTICOLARE - Nel caso specifico, inoltre, il pm non aveva contestato azioni reiterate e continuative ma solo casi di diffamazione, ingiuria e una pluralità di gesti ostili non specificati; azioni prive in sé, secondo la Corte, di potenzialità direttamente lesive dell'integrità della vittima o di riscontri obiettivamente dimostrabili.
MALTRATTAMENTI - Al più il preside avrebbe potuto essere condannato per maltrattamenti, ma l’insegnante non è riuscita a provare la continuità nel tempo delle vessazioni subite e la correlazione con la patologia lamentata. Infatti, «la figura di reato maggiormente prossima ai connotati caratterizzanti il cosiddetto mobbing è quella descritta dall’articolo 572 c.p. (maltrattamenti, ndr) commessa da persona dotata di autorità per l’esercizio di una professione».
ULTIMI IN EUROPA - L'Italia è fanalino di coda nella lotta al mobbing tra i Paesi europei. «È l'unico Paese europeo che non ha una legge sul mobbing e che dunque non lo prevede come reato - denuncia Fabio Massimo Gallo, presidente della prima sezione lavoro del tribunale di Roma, ed esperto della materia -. Eppure, c'è una delibera del Consiglio d'Europa del 2000 che vincola tutti i Paesi a dotarsi di una normativa antimobbing».
Da corsera web
Qualcuno lo accenni a Montezemolo, ultimamente sente e polemizza solo per l'elevata pressione fiscale,siamo ultimi nel continente per sicurezza nel lavoro, ora statisticamente anche i peggiori per le situazioni di mobbing, quindi gli splendidi datori di lavoro,in una certa percentuale chiaramente, mai fare di tutta un'erba un fascio, potranno cimentarsi a loro piacimento, rischiando tutto sommato una causa civile e un eventuale risarcimento, sempre che sia dimostrabile dal malcapitato.
Bisogna adeguarsi all'Europa solo per cio' che conviene, la scaltrezza italica impera!!!
Un paese che va bene alla rovescia, meglio rendersene conto!!!
postato da charliebrown01 alle ore 29/08/2007 18:33 | link | commenti (2)
categorie: lavoro
29/08/2007

Da Travaglio altri "illuminatissimi" concetti padani e non solo....

Marco Travaglio e i " fenomeni " leghisti.....

 

 

Uliwood Party di Marco Travaglio

Era la notte del 16 novembre 1992. Dopo una puntata di «Milano Italia» con Gad Lerner in un teatro di Torino, un gruppo di cronisti tra cui il sottoscritto inseguono Umberto Bossi in una pizzeria. Lui e la sua compagnia di leghisti piemontesi li accolgono al loro tavolo. I giornalisti estraggono i taccuini e, tra una portata e l’altra, appuntano a una a una le pirotecniche sparate del Senatur, particolarmente in forma senza nemmeno il bisogno di vino (lui beve, almeno quella sera, acqua gassata). Dice che la Corte costituzionale è una cupola di malfattori, pronta a bocciare i referendum per espropriare il popolo, ovviamente padano. Aggiunge che, se i partiti di Roma ladrona travolti da Tangentopoli tentano il golpe, lui è già pronto. Testuale: «Il golpe? Perso per perso, la Dc lo farebbe pure. Ma non sa che c’è una signora Lega che è pronta a impedirglielo, con un blocco d’ordine. Se tentassero il golpe, il loro generaletto glielo spazzeremmo via in tre giorni: non ci vuole niente a far venire qualche camion di armi dalla Slovenia o dalla Croazia». I cronisti prendono nota, allibiti.

Due giorni dopo la sparata è su vari giornali, ma l’unico che la mette in prima pagina è Il Giornale di Montanelli, dove a quel tempo lavoravo. Bossi, assediato dagli altri partiti che gli chiedono di smentire, smentisce. Dice che è tutto un complotto di Montanelli, servo di Roma ladrona eccetera. Annuncia pure che li trascinerà in tribunale, lui e il suo cronista. Al quale Montanelli telefona per dirgli di stare tranquillo e di farsi una risata. Poi rilascia una dichiarazione ai tg in cui conferma parola per parola l’intervista di Bossi. Da quel giorno sono trascorsi 15 anni. E il Senatur c’è ricascato con i fucili. Ogni tanto - sarà la prostata - gli scappano. Le pallottole da 300 lire per raddrizzare la schiena al giudice varesino Abate, poliomielitico, reo di indagare su alcuni leghisti (1993). I 300 mila bergamaschi pronti a imbracciare le armi negli anni 80 per la secessione (1994). La violenza come unica arma per difendere l’onore del Nord (1995). La rivolta del Nord modello Bravehart (1996). L’aut aut fra referendum secessionista e guerra civile, «io comunque metto mano alla fondina» (1997). Stessa sparata, stesse parole, stesso copione, mezza smentita il giorno dopo che non smentisce nulla.

Sono 15 anni che la Lega vive e si alimenta dei bluff del suo condottiero: la rivoluzione, la secessione, il Parlamento della Padania, i kalashnikov, i fucili, le pistole e soprattutto tanti pistola. In questi 15 anni tutti han fatto o cercato accordi con la Lega: da Bellachioma al centrosinistra (un anno di governo Dini insieme). Tutti ci hanno dialogato: D’Alema la definì «una costola della sinistra» (e aveva ragione: una bella fetta di elettorato leghista dei tempi d’oro veniva da sinistra) e ancora l’altro giorno Violante elogiava Maroni (che peraltro, vista la compagnia, è stato un ministro decoroso). È cambiata la Lega? No, la Lega è sempre la stessa: l’ultimo partito leninista del secolo scorso. Sempre appresso al suo leader carismatico, pronto a seguirlo in capo al mondo, a giustificare i suoi stop and go, le sue avanzate e le sue ritirate, le discese ardite e le risalite. C’è persino chi sostiene che, con la sua violenza verbale, Bossi ha catalizzato pulsioni pericolose che, senza di lui, avrebbero davvero potuto sfociare nella violenza fisica. Chi ha visto una volta nella vita le Guardie Padane in camicia verde sa bene che altro non sono se non vecchi e tremebondi democristiani o socialdemocratici con qualche problema col fisco e qualcuno con la dentiera, che al primo «buh» scappano dalla mamma. Era quasi scontato che, nella sua fase crepuscolare, la Lega si arroccasse sulle truculenze delle origini, nel tentativo disperato di risorgere un’altra volta dalle sue ceneri.

Prima di far finta di indignarsi, bisognerebbe rispondere a una domanda: vi preoccupa di più l’Umberto che ritira fuori il fuciletto a tappo, o James Bondi che dedica una lirica a Elio Vito promesso sposo? Recita il carme del vate: «Fra le tue braccia magico silenzio / Fra le tue braccia intenerito ardore / Fra le tue braccia campo di girasoli / Fra le tue braccia sole dell’allegria». Il tutto firmato dal coordinatore nazionale del partito di maggioranza relativa. Ecco, siamo molto preoccupati per Bondi. Non vorremmo stesse poco bene.

 

l'Unità del 28.8.2007
Aggiungo anche quest'articolo di Travaglio su questi fenomeni, i vari borghezio.calderoli,bossi, devono avere sempre una vetrina, le loro " imprese " nonostante tutto, sono sempre premiate soprattutto dalle parti veneto-lombarde.
postato da charliebrown01 alle ore 29/08/2007 12:21 | link | commenti (2)
categorie: politica
29/08/2007

Consigli per le future coppie,soprattutto per le donne!!

Gli uomini sposati? Più fannulloni dei conviventi nei lavori di casa
Meglio un uomo convivente che sposato
 
Questo il risultato di una ricerca americana
ROMA
Uomini sposati più fannulloni rispetto ai conviventi di sesso maschile. Almeno sul fronte faccende domestiche. Una volta giunti all’altare, i maschi ne vogliono sapere sempre meno di scopa, paletta, aspirapolvere e piatti da lavare. Mentre prima di infilare l’anello al dito sembrano più dediti alle faccende domestiche, anche se - inutile negarlo - fanno sempre meno rispetto all’altro sesso. È quanto emerge da uno studio condotto su 17 mila persone di 28 Paesi differenti.

La ricerca, realizzata dalla George Mason University (Usa) in collaborazione con la sociologa Shannon Davis e pubblicata sul Journal of Family Issues, “inchioda” il cosiddetto sesso forte alle accuse cheda sempre gli vengono mosse: gli uomini sono pigri in casa, quando si tratta, ad esempio, di rassettare, stirare e preparare la cena. Una “prova”, quella che arriva dallo studio pubblicato sul Journal of Family Issues, che non sorprende ma che, piuttosto, conferma un antico stereotipo: quello delle donne più impegnate nelle faccende domestiche, nonostante cresca progressivamente il numero delle lavoratrici che ha smesso i panni della casalinga. Ma ciò che davvero stupisce della ricerca statunitense è la maggiore pigrizia che contraddistingue gli uomini che hanno la fede al dito.

«È come se - tenta di spiegare Davis - l’istituzionalità del matrimonio finisse per avere un effetto tradizionalista sulla coppia. È questo avviene indistintamente in Paesi di cultura e tradizioni differenti».
Da la stampa web
Nulla da aggiungere, unicamente che nel mio arco temporale di vita di coppia ormai giunto al capolinea da alcuni anni, il mio apporto casalingo non e' mai mancato pur non essendo convivente, esistono i fuori statistica.
postato da charliebrown01 alle ore 29/08/2007 11:49 | link | commenti (6)
categorie: societa

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